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The Prospects For Italian Sustainable Fashion In A Post-Covid World (Italian & English)

By Federica Salto

Tra Pandemia E Prospettive Future, Come Sta La Moda Sostenibile Italiana

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– 8,9. È la diminuzione del PIL italiano nel 2020, in conseguenza all’emergenza sanitaria causata dal virus COVID-19. Lievemente minore rispetto alle stime di fine anno ,ma comunque importante. Serve a dare un’idea iniziale dello stato di salute del tessuto delle PMI, cuore pulsante dell’economia del Paese. Eppure la parola “crisi”, dal greco κρίσις, non ha originariamente  un’accezione negativa. Significa “scelta, decisione”. Per quella parte di tessuto che da anni lavora su sviluppo e ricerca, focalizzandosi sulla creazione di un prodotto meno impattante sull’ambiente, la pandemia ha avuto conseguenze positive e negative. Da una parte il giro di affari complessivo del settore abbigliamento e accessori è diminuito del 23% (studio Mediobanca), dall’altra la spinta sull’online e la crescita della sensibilità collettiva sulla provenienza degli acquisti ha dato voce e luce a chi aveva già le carte giuste in mano. Due facce di una stessa medaglia che ha premiato chi ha saputo evolversi, sfruttando la propria struttura snella per correre più veloce degli altri. Nei prossimi mesi il new normal – racconta un monitoraggio Deloitte effettuato su 6000 PMI italiane – passerà attraverso digitalizzazione, dimensione e scala, sostenibilità ambientale, economica e sociale. Di questa mutazione in corso abbiamo parlato con i protagonisti, i brand produttori di una moda consapevole.

Gli italiani non hanno mai comprato tanto online come nel 2020, portando il mercato a +4,7 miliardi rispetto all’anno precedente. E con lo shopping digitale è arrivata anche una maggior qualità di contatto, complici i social media che hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione di un rapporto più diretto tra il brand di piccolo-medie dimensioni e il consumatore. «Gli utenti hanno chiesto, commentato, supportato in modo più esplicito e partecipativo: l’Italia si è svegliata su alcuni temi di sostenibilità e in particolare in relazione al sistema moda. Questo per noi ha confermato che il percorso – per quanto lungo e tortuoso – è quello giusto. Realizzare un guardaroba di pochi pezzi belli, minima e versatili, scegliendo filati puri senza poliestere e conoscendo i nostri fornitori e il loro metodo di lavoro», raccontano Cristina e Stefania, founder del brandi di maglieria Sartoria Vico. «In questi mesi i clienti ci hanno fatto domande sulla storia dei nostri prodotti, sulle tecniche di lavorazione e sulle ispirazioni. Cominciano a esigere maggiori informazioni e crediamo che questo sia uno scambio finalmente più umano e solidale», racconta Gian Luca, co-founder del marchio di bijoux artigianali École d’Anaïs. «Avere un contatto più diretto con gli utenti, senza il filtro degli intermediari, ci ha anche permesso di capirne meglio le necessità», dice Alfredo Boccacini, founder del brand di calzature A.Bocca. «Non meno importante, la pandemia ha acceso un rinnovato e sincero interesse da parte dei media sulle realtà come la nostra impegnate in un percorso responsabile, regalandoci un risalto inaspettato e lusinghiero» dice Fabrizio Comensioli, co-founder del brand di denim upcycled Blue of a Kind.

Mentre la crisi galoppa e il comportamento d’acquisto mutua, poi, un’azienda sostenibile per sua natura non ferma il processo di ricerca e sviluppo. Ma oggi quali sono i temi più caldi e le vere urgenze in questo campo? La risposta è corale: ridurre gli sprechi. «Dare vita ai materiali che scartano le grandi aziende per le quali le incidenze di costo delle materie prime è molto basso è una sfida che ci poniamo sempre. Esistono enormi magazzini di scarti con i quali si potrebbero fare produzioni immense. A nostra volta ci impegniamo a non sprecare nulla, lavorando con creatività per adattare ai nuovi modelli gli scarti di pellami che anche noi a volte produciamo» prosegue Alfredo di A.Bocca. «Riciclare, riciclare, riciclare. E ponderare la produzione. Crediamo che sia fondamentale arriva a produrre a bisogno e non più su standard di vendita. Anche noi ci impegniamo a utilizzare tutte le rimanenze di magazzino e a comprare la pelle dall’invenduto di varie aziende per dare vita a pezzi creativi, disponibili in più colori rispetto alla nostra linea continuativa» dice Francesca Nardi, marketing manager del brand di borse Euterpe. «In questo senso sarebbe importante che i grandi player del marcato iniziassero a utilizzare materiali e processi di design che considerino l’afterlife di un prodotto» aggiunge Niccolò Cipriani, founder di Rifò.

La conversazione si fa a una voce anche su un altro tema sempre più presente, quello della blockchain. Il tracciamento certificato delle materie prime e delle fasi di produzione permette alle PMI di avvalorare il proprio operato, rendendolo facilmente fruibile anche dai consumatori: basta un’etichetta con un QR code e l’adesione a una delle tante piattaforme disponibili per rendere pubblici i propri dati. «Le tecnologie odierne sono fortemente orientate a supportare e abilitare l’esistenza di ecosistemi sostenuti da comunità interrelate. Un’affidabilità verificata degli attori di questo sistema può contribuire a innescare un’azione sociale importante», prosegue Gian Luca di École d’Anaïs. Eppure la rete infinita di certificazioni, necessarie per poter costruire una rete di informazioni utili, desta qualche difficoltà. «Crediamo molto nelle certificazioni, perché sono utili per disincentivare le pratiche di greenwashing e perché costituiscono un riferimento per i consumatori. Però diventa sempre più urgente la definizione di principi di certificazione condivisi e uniformi», dice Fabrizio di Blue of a Kind. «Per esempio nel distretto di Prato la certificazione GRS ha portato grandi e piccole aziende a effettuare investimenti volte a rendere ancora più sostenibili: insomma, funzionano quando sono davvero condivise» conclude Niccolò di Rifò.

The Prospects For Italian Sustainable Fashion In A Post-Covid World

 – 8,9. This is the decrease in Italian GDP in 2020 as a result of the health emergency caused by the COVID-19 virus. Slightly less than the year-end estimates, but still important. It serves to give an initial idea of the state of health of small and medium-sized enterprises (SMEs), the beating heart of the country’s economy. 

Yet the word ‘crisis’, from the Greek κρίσις, does not originally have a negative connotation. It means ‘choice, decision’. For the part of the industry that has been working for years on development and research with a focus on creating a product with less impact on the environment, the pandemic has had both positive and negative consequences. On the one hand, overall turnover in the clothing and accessories sector has fallen by 23% (Mediobanca study), while on the other, the push to go online and the growth in collective awareness of the origin of purchases has cast a light on those who already had the right cards in their hands. Two sides of the same coin that has rewarded those who have been able to evolve, exploiting their streamlined structure to run faster than others. According to a Deloitte survey of 6,000 Italian SMEs, in the coming months the new normal will involve digitalisation, size and scale, and environmental, economic and social sustainability. We talked about this ongoing mutation with the protagonists, the brands that produce conscious fashion.

Italians have never bought so much online as in 2020, bringing the market to +4.7 billion compared to the previous year. And with digital shopping has also come a greater quality of contact thanks to social media, which has played a key role in building a more direct relationship between the small and medium-sized brands and the consumer. “Users have asked, commented, and supported in a more explicit and participatory way”, say Cristina and Stefania, founders of the knitwear brand Sartoria Vico. “Italy has woken up on certain sustainability issues and in particular in relation to the fashion system. This, for us, has confirmed that the path – however long and tortuous – is the right one. That of creating a wardrobe of a few beautiful, minimal and versatile pieces; choosing pure yarns without polyester; and getting to know our suppliers and their working methods”.

 “In recent months, customers have been asking us questions about the history of our products, processing techniques and inspirations. They are starting to demand more information and we believe that this is finally a more human and supportive exchange,” says Gian Luca, co-founder of the handmade bijoux brand École d’Anaïs. Similar insight comes from Alfredo Boccacini, founder of footwear brand A.Bocca, who says “having more direct contact with users, without the filter of intermediaries, has also allowed us to better understand their needs.” Finally, Fabrizio Comensioli, co-founder of upcycled denim brand Blue of a Kind, shares that ”No less important, the pandemic has sparked renewed and sincere media interest in companies like ours committed to a responsible path, giving us unexpected and flattering coverage.”

As the crisis barrels ahead and buying behaviour mutates, a sustainable company by its very nature does not stop the research and development process. But what are the hottest topics and the real urgencies in this field today? The answer is unanimous: reduce waste. “Giving life to the materials discarded by large companies for which the cost of raw materials is very low is a challenge we always face. There are huge warehouses of waste that could be used for production. In turn, we are committed to not wasting anything, working creatively to adapt the leather scraps that we too sometimes produce for new models,” continues Alfredo from A.Bocca. 

“Recycle, recycle, recycle. And weigh up production. We believe that it is fundamental to produce as needed and no longer on sales standards. We too are committed to using all the leftover stock and buying leather from unsold items from various companies to create creative pieces, available in more colours than our regular line,” says Francesca Nardi, marketing manager of the bag brand Euterpe. “In this sense, it would be important for the big players in the market to start using materials and design processes that consider the afterlife of a product,” adds Niccolò Cipriani, founder of Rifò.

The conversation also turns to another increasingly present topic, that of blockchain. The certified tracking of raw materials and production phases allows SMEs to validate their work, making it easily usable also by consumers: a label with a QR code and the adhesion to one of the many available platforms are enough to make their data public. “Today’s technologies are strongly oriented towards supporting and enabling the existence of ecosystems supported by interrelated communities. Verified trustworthiness of the players in this system can help trigger important social action,’ continues Gian Luca of École d’Anaïs. And yet the endless number of certifications needed to build a network of useful information raises some difficulties. “We strongly believe in certifications, because they are useful to discourage greenwashing practices and are a reference for consumers. However, it is becoming increasingly urgent to define shared and uniform certification principles,” says Fabrizio of Blue of a Kind. “For example, in the Prato district, GRS certification has led large and small companies to make investments aimed at making their products even more sustainable: in short, they work when they are really shared,” concludes Niccolò of Rifò.

Federica Salto

Federica Salto is an established Italian fashion journalist. She collaborates with iO Donna, the weekly of Milan-based newspaper, Corriere della Sera, and also writes for Rivista Studio, a quarterly magazine of current affairs and culture.

www.federicasalto.com

@federicasalto

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